In Africa

Il bambino non si muoveva più. Passò l’arida mano sul piccolo corpo scheletrico e si allontanò. Faceva così caldo. Le mosche danzavano a mucchio intorno a un largo escremento secco piantato in mezzo alla polvere come un ornamento.

Sollevò il velo monacale dalle spalle, lo agitò per far passare l’aria. Ma il sole la colpì più direttamente e non ne ebbe alcun sollievo. Camminò, voleva stare un po’ sola, allontanarsi nella pianura. So che non ti dimentichi di noi, anche se così può sembrare, pensò. Si sedette su una pietra. Appoggiando le braccia sulle gambe accavallate avvertì la consistenza d’ossa del suo corpo. Rivolse un ultimo saluto al bambino appena morto e lo consegnò al Signore.

Il lungo orizzonte africano le riempì gli occhi. La rivoluzione si stava avvicinando, ma non si vedeva ancora nessuno in lontananza, non si udiva nessuno sparo, non si vedeva il fumo. I rivoluzionari si avvicinavano incendiando, si annunciavano con furia.- li avrebbe aspettati con i suoi malati, con le sue suore e i suoi volontari.

Paura di cosa? Del dolore? Tanti altri hanno sofferto e sono morti, in questo preciso momento nel mondo tanti sono torturati e uccisi. Ce la fanno, ce la faremo anche noi, cercheremo di guardarli negli occhi gli assassini, cercheremo di perdonarli. E in questo sforzo ci sarà concentrazione, ci sarà distrazione dal terrore. Forse non ne avremo neanche il tempo.

Prima o poi deve essere anche nostra, la morte, non solo quella degli altri. Di fronte alle belve bisogna restare immobili, assenti con l’anima e il pensiero. Spostarsi altrove con la mente. Lei sa dove.

La morte è buona, è una liberazione alla tortura dell’inadeguatezza. Ma lei parla così perché è vecchia, è stanca. Ha dato ciò che ha potuto, ha alleviato qualche sofferenza, stretto tante mani, chiuso tanti occhi. Ma le ragazze e i ragazzi del campo avrebbero bisogno di tempo ancora, almeno credono di averne bisogno

Sono ragazzi e ragazze pieni di voglia di vivere, si sentono forti e credono di avere il mondo in tasca. Tutti i ragazzi sognano di cambiare il mondo, ma loro non si sono accontentati di un sogno lontano, e ci provano ogni giorno, a cambiare il mondo, sotto il sole cocente dell’Africa, tra le zanzare, la fame, e i sorrisi di chi non molla.

Era per loro, per i loro sogni ostinati e per i loro sforzi, che lei sognava un lieto fine, un futuro.

Potrebbe suonare strano, ma lei pensava di averlo già vissuto il suo futuro. Spesso aveva sentito dire che la vita è troppo breve, che i giorni scivolano via veloci come sabbia tra le dita, ma per lei non era stato così. Si può essere stanchi di vivere?

A lei, a volte, era capitato. Si era sentita troppo debole, incapace, senza speranza, per continuare a lottare; l’aveva presa una sorta di grande stanchezza, non nel corpo, ma nell’anima. Ma poi se n’era andata, questa stanchezza, cacciata da un fuoco prepotente, una forza misteriosa a cui non sapeva dare un nome, che scorreva improvvisamente nelle sue vene sottili e gridava Vivi! Continua a vivere! Non importa quello che ciò comporta. Vivi.

E allora lei continuava a vivere, con più forza ed energia, e lottava per sé e per gli altri, con dedizione e ostinazione.

Adesso, quando gli anni sulle sue spalle troppo esili erano davvero tanti e cominciavano a pesare, se guardava indietro e si fermava ad osservare il suo passato, poteva dire di aver vissuto.

Si riscosse con un fremito e si alzò. Si era persa nei suoi pensieri, immobile, gli occhi fissi al cielo, che eppure non vedevano altro che ricordi.

La sera calava lenta sul largo orizzonte africano, il sole tramontava e dipingeva il cielo con i più bei colori mai visti. Amava quell’immenso cielo che solo lì in Africa aveva colori così vivi e sfolgoranti. Era una certezza, sembrava proteggerla e consolarla, la faceva sentire parte di una natura splendida e potente, di un bellissimo disegno in cui Dio aveva dato un posto ad ognuna delle sue creature, anche alla più piccola e insicura. Quante volte aveva pensato di essere lei quella creatura debole e insignificante! Ma sotto il cielo dell’Africa, fin dal giorno in cui i suoi grandi occhi chiari si erano spalancati per la prima volta davanti a quel potente spettacolo, si era sentita al posto giusto, forte, piena di energia.

Si guardò intorno, abbracciò con lo sguardo il campo e il piccolo villaggio di capanne e tende ammassate l’una sull’altra, come per proteggersi a vicenda. Sul suo viso anziano, segnato dalle rughe e dalla vita dura del campo, sbocciò un sorriso. In quel villaggio minuscolo e sperduto, adagiato sulla grande pianura africana, aveva trovato la vera felicità, che la faceva sentire viva e forte; la sua felicità.

Pensava che ognuno avesse una propria felicità, un personale ed intimo modo di cercarla e di viverla, e lei sentiva di aver trovato finalmente la sua; nella fatica del campo, negli occhi dei suoi malati e nel coraggio dei giovani che l’aiutavano ogni giorno. L’inadeguatezza che così spesso aveva provato era sparita: era come se non fosse mai esistita.

Tornò al campo e si diresse verso la sua tenda, voleva restare sola per un po’, con se stessa e con i tanti pensieri che le affollavano la mente. Il villaggio era in fermento. La paura dell’imminente arrivo dei ribelli si faceva strada tra la polvere e le baracche, c’era nell’aria un pesante senso di impotente attesa che opprimeva e schiacciava la gente. Da un momento all’altro ci si aspettava di veder comparire all’orizzonte la nube di fumo che accompagnava l’arrivo dei rivoluzionari.

Quelli che potevano fuggire erano già fuggiti da giorni, e ora attraversavano la pianura verso le montagne; di loro al villaggio non si sapeva più niente. Nel piccolo centro vicino al campo restavano solo quelli che non potevano far altro che rimanere e aspettare, stare a vedere che cosa ne sarebbe stato di loro. I malati, le famiglie più escluse dalla vita del villaggio, qualche donna emarginata e rimasta sola, alcuni orfanelli malnutriti. Poteva leggere la paura nei loro occhi disperati, annebbiati dalla sofferenza e dalla malattia.

Quando entrò nella tenda fu colpita da una piacevole sensazione di fresco e si sentì sollevata. Si sedette a terra nella penombra e prese tra le mani la piccola croce di legno che portava al collo. Mormorò una preghiera a mezza voce, poi chiuse gli occhi.

Nonostante non volesse aver paura e si fosse proposta di rimanere forte in ogni situazione, una punta d’inquietudine e di angoscia cominciava a graffiare la corazza che si era costruita. Fu scossa da un brivido. Ma è naturale, è umano, l’importante è andare avanti, dimenticare la paura, affrontare ogni cosa con forza. Questo pensiero la risvegliò, le ridiede energia.

Che cosa distrae il cuore più dei ricordi? Pensò, e come in riposta a quel pensiero, i ricordi le affollarono la mente e il cuore, la portarono lontana da quella tenda, lontana dalla miseria e dalla guerra.

Si rivide bambina, e richiamò alla mente la prima volta che aveva visto una suora. Buffo, a quell’età non avrebbe mai e poi mai pensato che sarebbe stata, in un lontano futuro, una di loro. La sua prima suora era stata la sua prima maestra. Ricordava ancora il primo giorno della prima elementare, quando la mamma e la sorella maggiore l’avevano accompagnata per mano nel grande atrio della scuola affollato di bambine. Tutto era una scoperta, una novità, uno spettacolo mai visto.

Era una scuola femminile privata gestita dalle suore, con pochi alunni rispetto a quella pubblica, e aveva un’ottima reputazione. La madre superiora aveva letto l’elenco dei bambini di ogni prima, e la folla di scolari era stata smistata in tre piccole classi, lei era nell’ultima classe, e quando era venuto il suo turno, nell’atrio restavano pochi bambini. Mentre la suora leggeva e i bambini se ne andavano pian piano, aveva avuto per un attimo paura di non essere nell’elenco, di non essere nella scuola giusta. «Mamma, ma non è che abbiamo sbagliato scuola?!» aveva sussurrato preoccupata alla madre. Quando finalmente aveva sentito il suo nome, aveva provato un gran sollievo.

La maestra era una suora abbastanza anziana, e lei ne era rimasta un po’ delusa, perché nei corridoi aveva visto suore giovani e sorridenti, dall’aria simpatica, e come maestra avrebbe voluto una di loro. Questa invece era una signora di mezz’età, seria e noiosa, che parlava salmodiando e sorrideva poco. Aveva mani piccole e secche con cui scriveva alla lavagna in perfetta grafia da scuola elementare, labbra sottili e strette, e piccoli occhi chiari infossati. Le sue lezioni erano talmente noiose e lente che qualche bambina puntualmente si addormentava e continuava a sonnecchiare indisturbata per un pezzo, perché la maestra non se ne accorgeva e continuava a spiegare, sempre salmodiando con la sua vocina stridula.

Le sfuggì un sorriso alla tenerezza di quell’antico ricordo, che apparteneva ad un mondo ormai lontano che non sarebbe più tornato. Poi pensò, con un po’ di rimpianto, che ora lei stessa doveva assomigliare a quella donnina piccola e ossuta dall’aria seria. E pensare che da ragazza era stata così bella!

Crescendo, era diventata una ragazza un po’timida e insicura, ma così graziosa e bella che tutte le amiche di sua madre sorridevano acide e invidiose nel vederla, pensando a quanto era più carina delle loro figlie. O almeno, questo era quello che sua madre le ripeteva di continuo, descrivendole per filo e per segno il futuro che l’aspettava, secondo lei il migliore possibile: un matrimonio ben riuscito con un uomo buono e ricco, due o tre figli carini ed educati e una serena vita domestica da angelo del focolare, moglie e madre esemplare.

Nella penombra della tenda pensò a sua madre, ormai morta da anni, e a quanto doveva aver deluso le sue speranze. Non era stato facile tradire i sogni carichi di aspettative di sua madre, e un po’ le dispiaceva ancora, anche se dal giorno in cui aveva deciso di farlo erano passate molte primavere; ma lei non si sentiva tagliata per una vita del genere. Molte volte da giovane aveva immaginato il suo futuro e si era sforzata di vedere se stessa come una brava madre di famiglia, con un marito con un buon lavoro, figli affettuosi da crescere e una casa da mandare avanti, ma ogni volta aveva sentito in tutto ciò qualcosa di profondamente sbagliato. Non pensava che non fosse un bel futuro e non voleva di più, semplicemente sentiva che non era la vita che l’aspettava.

Il suo cuore era sempre irrequieto, sembrava incapace di trovare serenità e felicità; nella sua mente si agitavano continuamente migliaia di pensieri. Era tormentata dalla sua stessa grande sensibilità, che la faceva sentire diversa, fuori posto, a volte perfino sbagliata.

A volte le sembrava che tutto il mondo fosse lontanissimo e che lei, sola e un po’ persa su un pianeta solitario, lo guardasse andare via. Le capitava ad un tratto di sentirsi fuori luogo, inadeguata, sbagliata, di pensare: ma io che cosa ci faccio qui? Non vorrei essere qui, questo non è il mio posto… il guaio era che le succedeva praticamente dappertutto! L’unica cosa che veramente desiderava in quei momenti era scappare, correre via da tutto e da tutti, a volte anche da se stessa. Ma correre via non bastava mai. Non è facile scappare da qualcosa che hai dentro e che è parte di te. Puoi fare finta di non vederlo o nasconderti per un po’, ma prima o poi lo dovrai comunque affrontare.

Per una volta però allontanarmi è servito, si disse tra sé sorridendo, pensando a come alla fine avesse trovato il posto giusto per lei, la sua felicità, in un povero villaggio africano, lontano migliaia di chilometri dalla sua città e dai sogni di sua madre.

Allungò una mano verso il letto e prese il rosario. Lo soppesò tra le mani e lo sfiorò con una carezza. Era un vecchio rosario di legno con i grani smaltati rossi e blu, maltrattati dal tempo e dalle mani che li avevano tante volte sfiorati. Le balenò alla mente l’istante in cui l’aveva preso in mano per la prima volta. Era stata una suora, una ragazza simpatica e dal viso luminoso che l’aveva capita al primo sguardo, a regalarglielo, come pegno di amicizia.

Era stata la sua migliore amica del convento, e probabilmente di sempre: ricordava lunghi discorsi con lei, all’ombra del grande castagno che troneggiava nel chiostro del convento, dialoghi profondi e appassionati, ore di pace e di allegria in cui si era sentita amata e capita, compresa nel profondo, come mai prima di allora. Erano anni che non vedeva quell’amica così preziosa, e che di lei non sapeva più niente. Quanto le sarebbe piaciuto rivederla! …Poterla abbracciare e discutere di nuovo insieme, vedere dove le strade che avevano scelto le avevano portate: una era diventata insegnante, l’altra, quella dall’animo più irrequieto, una missionaria. Per anni aveva accarezzato quel sogno, ma ormai capiva che non era più possibile. Sentì una lacrima pizzicarle gli occhi al pensiero di averla persa, la migliore amica al mondo, senza mai essersene veramente accorta.

Con il rosario stretto tra le mani sussurrò piano un’altra preghiera, forse era l’ultima volta in cui poteva pregare. Amava farlo bisbigliando piano un’invocazione sua, sentita e personale, che non aveva niente a che vedere con le preghiere del catechismo; lei amava raccontare a Dio ciò che realmente aveva nel cuore e nella mente, non ciò che aveva imparato a memoria da un vecchio libro. Quella sera chiese di poter pregare ancora, per altre sere, di potersi ritrovare ancora lì, sola con i suoi pensieri e immersa nel silenzio e nella penombra della tenda, di poter amare centinaia di altri tramonti.

Si alzò e guardò fuori dalla tenda, il sole basso sull’orizzonte la stordì per un attimo. Scrutò il cielo cercando il fumo, tese le orecchie per sentire i tamburi dei ribelli, gli spari dei loro fucili, e si scoprì a provare un vero e proprio terrore. Non temeva solo per se stessa, ma soprattutto per gli altri: che ne sarebbe stato dei ragazzi e delle suore del campo, dei malati, dei bambini? Non voleva che fossero torturati e uccisi, non poteva sopportarne il solo pensiero. Lei era pronta, o quasi, dopotutto non si è mai veramente pronti, a lasciare in pace quella terra, aveva vissuto lunghi anni e aveva trovato la sua felicità; ma loro? Loro volevano vivere ancora e avevano davanti gran parte della loro vita, non era giusto che quelle esistenze piene di speranze e passione venissero spezzate in quel modo, come legno marcio. Erano la sua famiglia, il suo amore, il suo scopo; quanto desiderava che, almeno per loro, il sole potesse sorgere e tramontare migliaia di altre volte!

Ancora ricordava il primo giorno in cui era arrivata al campo, appena costruito. Un semplice accampamento nell’immensa pianura assolata, vicino ad un villaggio piccolo e devastato dalla miseria. Gli abitanti più sani e felici erano le mosche, che ronzavano ovunque in grandi sciami, sotto un sole così torrido da asciugare anche il respiro. Ovunque si vedevano bambini scheletrici, col ventre gonfio, che camminavano a stento, nudi e sporchi, in cerca di qualcosa da mangiare.

Il centro era diventato funzionale dopo qualche settimana: oltre alle tende dei volontari e delle suore, c’erano due piccole infermerie e un tendone con vari posti letto per i ricoverati, una stanzetta che fungeva da scuola per i pochi bambini abbastanza in forze per frequentarla, una tenda adibita a cappella dove pregare e un refettorio sgangherato. All’inizio erano stati guardati con diffidenza dalla gente del villaggio vicino, ma a poco a poco, quando i bambini avevano cominciato a guarire e le morti erano diminuite un po’, la gente aveva cominciato a fidarsi e a rivolgersi a loro. Presto avevano cominciato ad arrivare al campo anche persone dei villaggi più lontani, genitori disperati che solcavano la pianura per chilometri portando in braccio bambini malati, spesso gravissimi, tanto da essere irrecuperabili.

I volontari e le suore del campo lavoravano senza sosta ogni giorno, facevano il possibile per alleviare la sofferenza dei malati e restituire il sorriso a tutti quei bambini malnutriti e laceri. Non era facile in quel posto, dove una donna con quattro figli raramente ne vedeva crescere più di uno o due e i ragazzi di trent’anni sembravano già dei vecchi. In quelle capanne i neonati dormivano a terra su mucchi di stracci e si addormentavano cullati dal ronzio delle mosche; la fame spadroneggiava e si portava via uomini, donne, bambini e animali.

Il suo viso si illuminò in un gran sorriso nel ricordare quello che era stato uno dei momenti più belli della sua vita. Aveva salvato un bambino che era arrivato al campo da un villaggio lontano, così magro e debilitato che fino all’ultimo tutti avevano disperato di riuscire a salvarlo. L’avevano dovuto curare e nutrire per settimane prima che potesse mangiare normalmente, ma alla fine era guarito e aveva cominciato a mangiare e camminare da solo. Era andata a parlargli un giorno in cui l’aveva sentito ridere mentre giocava da solo in un angolo dell’infermeria, voleva giocare un po’ con lui e farlo divertire. Il bambino, vedendola arrivare, aveva alzato gli occhi su di lei e le aveva sorriso, poi aveva detto qualcosa nella lingua del suo villaggio. Quando lei aveva guardato interrogativamente l’interprete, questa, sorridendo, aveva detto: “Tu sei la vecchia signora bianca che caccia via la fame!”

In quel momento aveva sentito un’ondata di gioia, tenerezza e commozione che la invadeva tutta: nel suo cuore era scoppiata all’improvviso un’immensa felicità. Non avrebbe mai dimenticato lo sguardo pieno di gratitudine e serenità che aveva visto quel giorno nei grandi occhi scuri del bimbo; erano stati il segno definitivo che le avevano fatto capire che quello era il suo posto, l’unico al mondo, e che lo sarebbe stato fino alla fine. La sua vita era cambiata: quel bambino che aveva creduto con orgoglio di aver salvato, aveva salvato lei; le aveva dato la certezza del suo scopo, della sua ragione di vita: restituire la vita e il sorriso a chi come lui li stava perdendo, aiutare i malati e i poveri, prendersi cura di loro, accudirli con tutto l’amore che aveva.

Da quel giorno erano passati anni e quel bambino fragile, se stava bene, doveva essere ormai diventato un giovane uomo buono e forte. Pregò anche per lui, perché potesse avere una vita lunga e piena di felicità.

Da allora aveva curato tanti malati, dato da mangiare a tanti affamati, aveva stretto le loro mani e ridonato loro il sorriso, a molti aveva dovuto chiudere gli occhi e sussurrare una preghiera. Ma mai, neanche per un instante aveva perso la certezza che quello fosse il suo scopo, il suo destino, e quella certezza era stata per lei come un faro in mezzo all’oceano, l’aveva guidata oltre tutte le difficoltà che le si erano parate davanti. L’aveva salvata dall’infelicità.

Dalla sua costruzione, il campo aveva funzionato per anni regolarmente, giorno dopo giorno, niente di ciò che succedeva nel resto del mondo lo aveva turbato. Poi era arrivata quella notizia: la rivoluzione stava arrivando, i ribelli prendevano piede e avanzavano nella pianura incendiando e devastando i villaggi, lasciando dietro di loro una scia di morte e desolazione.

Era accaduto pochi giorni prima. Un ragazzo era arrivato di corsa al campo e si era fermato ansante nella piccola piazza polverosa, allora, una delle suore, accompagnata dall’interprete, era accorsa a vedere di che cosa avesse bisogno. Il ragazzo aveva urlato, mentre ancora ansimava, che i rivoluzionari erano entrati nella pianura e che entro pochi giorni li avrebbero raggiunti.

Il mondo era crollato all’improvviso. Ognuno aveva continuato a svolgere le sue mansioni come prima che tutto accadesse e la vita pratica nel campo era rimasta la stessa, ma ovunque c’erano paura e angoscia. Gli uomini del villaggio avevano cominciato a fuggire, salvando chi e che cosa potevano delle loro povere vite. Quelli che erano rimasti vivevano con gli occhi fissi all’orizzonte, aspettando con terrore di veder comparire la nube di fumo che avrebbe annunciato l’inizio della loro fine.

La vita del campo andava avanti così ormai da giorni. …E il vivere questa continua angoscia è già una tortura abbastanza crudele! Pensò. Sentirsi così vicini alla morte eppure amare così disperatamente la vita! È terribile, lo leggo bene nei loro occhi, a chiare lettere, che è terribile!

«Madre!» una voce risuonò all’improvviso all’esterno della tenda, facendola trasalire.

Un istante dopo un violento raggio del sole ormai al tramonto squarciò la penombra della tenda. Cercò di alzarsi, intontita, mentre ancora la luce le bruciava gli occhi. Era preparata al peggio. Poteva affrontarlo, era forte abbastanza.

Prima che la vecchia suora potesse dire qualcosa, una delle ragazze entrò precipitosamente nella tenda e la sua ombra spezzò la luce che ora ne invadeva la penombra. «Madre!» ripeté. «Suor Clara! I ribelli se ne vanno! Siamo tutti salvi!»

Una domanda le affiorò spontanea alle labbra, insieme ad un piccolo, incredulo sorriso: perché? ma la respinse giù da dov’era venuta, perché in quel momento non c’era posto per le domande. Uscì dalla tenda intontita, non più per la luce, ma per la gran gioia che esplodeva incontrollata nel suo cuore. Guardò la ragazza, forte e raggiante: la sua gioventù le brillava piena di gioia negli occhi, ora un po’ lucidi, e nel grande, luminoso sorriso. Si abbracciarono senza dire altro davanti alla tenda, poi la ragazza corse via per portare anche agli altri la notizia. L’intero campo era in fermento. Ora non c’erano più la paura e l’angoscia ad offuscare i cuori, ovunque c’era spazio solo per le risate, gli abbracci e i sorrisi.

Diedero la notizia a tutti, suore, volontari, malati e gente del villaggio. Nessuno di loro sapeva perché i ribelli, appena entrati nella pianura, avessero fatto dietro-front e se ne fossero andati improvvisamente; non lo sapeva nemmeno il ragazzo che aveva portato la notizia. L’unica cosa certa era che la rivoluzione aveva preso un’altra strada: i ribelli, per ragioni ancora sconosciute, avevano deciso di tornare indietro e di proseguire dalla parte opposta, salendo il pendio che li avrebbe portati ad un'altra grande e povera pianura.

Mentre tutto il campo e il villaggio festeggiavano, se ne andò un po’ in disparte, nella pianura. Alzò gli occhi al cielo e sorrise, guardandolo con gratitudine.

Quella giornata si concludeva con la più splendida delle certezze: il sole stava tramontando, ma sarebbe sorto ancora, migliaia di altre volte. Anche per loro.

Liceo classico “V. Alfieri”, Asti. II C
Incipit: Petrignani Sandra
Titolo: "In Africa"

Venerdì, 1 Aprile 2011